NEWS: Random Notes after the General Election

Viviamo nel villaggio globale, quindi, complice anche il mio ritardo nel redigere questo articolo (ci ho messo un sacco!), tutti saprete certamente gia’ tutto.

Evitero’ dunque di ammorbarvi con la fredda cronaca su quanto avvenuto nella General Election britannica del 2015, limitandomi a sbrodolare qualche curiosita’ o qualche nota di costume che spero possano risultare piu’ interessanti.

(se invece avete vissuto in un bunker antiatomico e non sapete niente, confido che leggendo le mie note riusciate comunque a ricostruire i fatti in maniera perlomeno accettabile)

  • Alla fine del precedente articolo, concludevo con: “L’unica certezza è che nessuno avrò una maggioranza per potere governare da solo.“. Come sapete, infatti, i Conservatives hanno stravinto raggiungendo, con 331 seggi, la maggioranza assoluta, e governeranno da soli. Me chiameno er Giuliacci de la politica britannica.
  • Magra consolazione, per me, il non essere stato l’unico a cannare completamente le previsioni. Tutti i sondaggi pre-elettorali hanno preso letteralmente lucciole per lanterne. Quando in Italia vi lamentate dei sondaggi inaffidabili, sappiate che non siete soli.
  • In compenso, gli Exit Poll ci hanno azzeccato abbastanza bene, ma erano cosi’ distanti dai sondaggi che, inizialmente, nessuno li credeva accurati: l’ex leader dei Lib Dem Paddy Ashdown, alla vista degli Exit Poll che predicevano una storica disfatta del suo partito (da 57 seggi a 10), ha baldanzosamente scommesso di mangiarsi il cappello (come Rockerduck!) se i dati fossero stati confermati. I realta’ quei dati erano per lui addirittura ottimistici, in quanto il suo partito alla fine si e’ ritrovato con soli 8 seggi (perdendone quindi QUARANTANOVE) ma per ora non ho notizia di cappelli mangiati. I soliti politici. Rockerduck, almeno, poveretto, era di parola.
  • I Lib Dem non sono stati gli unici sconfitti da questa elezione. Il Labour ha ulteriormente peggiorato il risultato del 2010, gia’ deludente. Lo UKIP, pur prendendo una buona percentuale a livello nazionale (e’ il terzo partito), per i problemi di rappresentanza insiti nella legge elettorale di cui si diceva, e’ riuscito ad ottenere un solo seggio. Il suo leader, Farage, e’ restato fuori dal parlamento. I Verdi, che avrebbero dovuto essere protagonisti, sono dati come non pervenuti.
  • A conseguenza di cio’, Clegg, il leader dei Lib Dem, si e’ dimesso, in lacrime, la mattina successiva alle elezioni. Lo stesso ha fatto, pur senza pubbliche lacrime, il leader(?) del Labour Ed Miliband. Lo stess… ops, no. Nigel Farage ha detto che si sarebbe preso due-tre mesi sabbatici e poi avrebbe pensato se ri-concorrere per la leadership del Partito. Il partito ha rigettato le sue dimissioni e lui, guarda un po’ la combinazione, ha cambiato idea. Giusto per sottolineare che i pagliacci non esistono solo nel Belpaese.
  • Volendo essere pragmatici, Farage ha preso l’unica decisione possibile, dato che il suo partito e’ costruito attorno alla sua forte personalita’ (caso abbastanza raro in UK, ma uno smaliziato lettore italiano potra’ sicuramente cogliere al volo tutte le implicazioni derivanti da questo paradigma… insomma, avete capito, Bossi, Berlusconi, Grillo e Salvini vi hanno gia’ abbondantemente sfrucugliato gli zebedei)Senza di lui il partito avrebbe molto probabilmente avuto grosse difficolta’. A conti fatti, pero’, il buon(?) Nigel cosi’ non si e’dimostrato migliore di coloro che critica, ma tant’e’. Qualcuno si aspettava qualcosa di diverso o un colpo di reni di dignita’ da un personaggio simile?
  • L’antitesi rispetto al caso dello UKIP e’ quello relativo a SNP. Il partito indipendentista scozzese si e’ presentato solo in Scozia (appunto), e ha letteralmente dominato la scena a nord del Vallo di Adriano, conquistando 56 seggi su 59.  La popolazione scozzese e’ comunque molto meno numerosa di quella inglese, quindi, percentualmente, lo SNP, a livello Nazionale, si e’ fermato attorno al 5%. Lo UKIP, che ha ottenuto un solo seggio, attorno al 13%.
  • Non sorprende che UKIP si stia battendo da tempo per una revisione della legge elettorale in senso proporzionale. Non sorprende neppure che SNP non lo stia facendo.
  • A dire la verita’, gia’ nel 2011 un referendum ha chiesto ai cittadini britannici se volessero cambiare la legge elettorale. La proposta manteneva il sistema maggioritario ma introduceva per ogni collegio il cosiddetto voto alternativo.  Con tale modalita’ di voto, ogni elettore deve indicare tre partiti in ordine di preferenza. Inizialmente si ignorano il secondo ed il terzo partito votato in ogni scheda e si conteggiano i voti. Se nessun candidato ottiene il 50%+1, si elimina il partito che si sta classificando all’ultimo posto e si redistribuiscono i suoi voti considerando la seconda preferenza nelle schede che lo sostenevano, e cosi’ via fino a che un candidato non raggiunga il 50%+1 dei voti. Proposta suggestiva (mi dicono sia usata per eleggere il Sindaco della Capitale, lo scopriro’ l’anno prossimo) ma sonoramente bocciata dai britannici, notriamente tradizionalisti (e/o pigri). Una modifica che passasse alla Proportional Representation sarebbe ancora piu’ distruttiva e irrispettosa delle tradizioni. Dubito (ma e’ una opinione personale) che una simile proposta passera’ mai.
  • Ultima nota sulla legge elettorale. Si sente dire spesso che il sistema in UK funziona data la presenza di pochi partiti. Niente di piu’ sbagliato. La relazione causa-effetto in questo caso e’ invertita. In UK esistono decine e decine di partiti, da “Above and Beyond Party” a “Cannabis is Safer than Alcohol“, da “No Candidate Deserves My Vote” a “Something New“. Il punto e’ che per un partito che nasce ex-novo, a meno che — che so — si chiami “Go England Go” e abbia dietro un magnate televisivo come Murdoch, e’ difficilissimo emergere. Pensate, appunto, allo UKIP che prende il 13% e si ritrova con un solo seggio in parlamento. Il maggioritario secco impone uno sbarramento implicito che e’ superabile solamente se si e’ molto forti localmente in un’area abbastanza diffusa.
  • Questo porta al perpetuarsi dei soliti, storici, partiti, che sono quindi costretti a mantenere intatto il loro brand e a (tentare di) rinnovarsi al loro interno. I partito sono quindi plasmati dalle politiche del leader del momento, ma gli sopravvivono. Mi sembra un buon modello. Ad esempio il Labour. Blair sposto’ il timone virando decisamente al centro, inventandosi il brand del “New Labour“, e poi Miliband ha riportato il partito su scenari piu’ convenzionali. Chissa’ cosa deidera’ di fare il nuovo leader. Il partito sopravvive, la sua politica e’ dettata dai vari leader che si succedono. La minoranza interna cerca di farsi sentire e di avere una influenza sulle decisioni del partito.
  • Vogliamo parlare di Labour? Onestamente non ho ancora capito se ha perso per essersi spostato troppo a Sinistra, o per non essersi spostato sufficientemente a Sinistra. Ha cercato di capirlo anche la BBC, che ha intervistato un campione di potenziali elettori consegnando loro una pallina di gomma da buttare nel contenitore “Too Left” o in quello “Not Left Enough“. Risultato al termine della giornata: i due contenitori avevano pressocche’ lo stesso numero di palline. Il solito dramma dei partiti di centrosinistra moderni.
  • A prescindere da questo problema di posizionamento, il futuro dei laburisti e’ ancora nebuloso. La campagna per la leadership della nuova grande speranza, Chuka Umunna, colui che gia’ le solite semplificazioni avevano bollato come “l’Obama Britannico“, e’ durata solamente tre giorni. Troppe pressioni su di lui e sulla sua famiglia. Mah.
  • Poco fa ho scritto “Ultima nota sulla legge elettorale“. Mentivo. Se si guardano i dati, è ovvio che un sistema maggioritario secco porta con se’ un premio di maggioranza implicito, dato dal fatto che, in ogni collegio, basta avere la maggioranza dei voti (anche solo relativa) per portarsi a casa il 100% della rappresentanza. Come risultato, abbiamo che i Tories, con appena il 37% dei consensi, hanno la maggiornza assoluta dei seggi in parlamento.
  • Sbarramento per le forze minori. Premio di maggioranza. Problema di rappresentanza non proporzionale. Se questa stesse legge fosse stata proposta in Italia, temo che sarebbe stata definita “fascista ed antidemocratica“. Un mio amico, che odia l’Italicum con tutto il suo cuore, sostiene che ho torto, e che non c’e’ paragone tra un premio implicito in un maggioritario ed un premio di maggioranza a livello nazionale. Voi che ne dite?
  • A proposito di “fascisti ed antidemocratici“: Salvini. Ok, ok, questa ricerca del cheap laugh non mi fa onore. Volevo parlare pero’ del Matteo Nazionale nr. 2 perche’ mi giunge voce che si sia beato del risultato dello SNP, partito Indipendentista Scozzese. A parte che, a quanto sapevo, la Padania e la Secessione, per decreto regio, sono state bandite dall programma della Lega 2.0 (che ora si ricolge, dopo aver esaurito gli insulti, al Sud Italia, per una chiamata alle armi contro il comune nemico coloured) mi chiedo come Salvini possa consapevolmente bearsi del risultato di un partito di sinistra ed europeista.
  • Non scherziamo, pero’. Il problema della UE e della Scozia, dopo i risultati delle elezioni, sono le pietanze piu’ scottanti sul piatto del Governo. Cameron dovra’ reinventarsi equilibrista per indire il referendum sulla UE ed allo steso tempo fare in modo che lo UK resti in Europa (gia’ la Banca di Inghilterra sta preparando un rapporto sui danni derivati dall’uscita. dabnni per il Business, ovviamente, e qui c’e’ qualche spunto a riguardo). Inoltre, dovra’ in qualche modo placare le spinte indipendentiste che arrivano da quegli stati che sentono oramai soffocante il dipendere dalla Inghilterra. Gia’ qualcuno parla di una riforma dello UK in senso federale (no, Salvini, no, non eccitarti, il Federalismo non fa piu’ parte del programma, ricordi il decreto regio?)
  • Capitolo Governo: Cameron non ha dovuto accordarsi con nessuno, questa volta, ed il lunedi’ successivo al voto il Cabinet era gia’ pronto. Note strane e/o dolenti: un Euroscettico al ministro degli Esteri (confermato dal precedente Governo), uno degli ideologi del “Blue Collar Conservatorism” (che sostiene che i Tories siano il partito migliore per tutelare gli interessi della working class, e su cui Cameron ha investito molto) come Ministro senza Portafoglio, e una persona fortemente critica e contraria verso il “canone TV” al Ministero della Cultura (alla BBC staranno tremando, e spero che il Governo non faccia cazzate rovinandola)
  • Capitolo Parlamento: la presenza di donne e’ ancora limitata (appena il 28%) ma il nuovo parlamento britannico risulta essere il piu’ gay di Europa, con 32 parlamentari (e la vicina Irlanda ha appena approvato i Same Sex Marriages, tramite referendum). Italia, che aspetti?
  • A, per finire, a proposito di Re e di Regine. Giovedi’ prossimo ci sara’ il rito del Queen’s Speech, incomprensibile a chiunque non abbia vissuto qui. In poche parole: il Governo redige il programma della legislatura, che deve passare per un voto alla Camera Bassa. Invece di illustrarlo direttamente, pero’, il programma viene letto dalla Regina, per salvare la tradizione di quando erano i Regnanti a governare. Come dice qualcuno, se gli Inglesi Dio li ha messi su un’isola, il motivo ci sara’🙂

NEWS: General Election Approaching

21800_10206651381427182_4553635159916145193_nCi avviciniamo quindi alla General Election, che avverranno, come da tradizione, il Giovedì. Per la precisione, il prossimo Giovedì, 7 Maggio.

Se vi state chiedendo come mai il Giovedì e non, ad esempio, il Sabato o la Domenica, pare che la tradizione sia nata dal fatto che era un giorno ragionevole per ritenere che la gente non fosse troppo ubriaca (sic).

La campagna elettorale ufficiale è incominciata il giorno 30 di Marzo, quando il Primo Ministro in carica, David Cameron, si è recato da Elisabetta II (anche se, dopo le ultime disposizioni di legge, ciò non sarebbe ora più strettamente necessario) per annunciarle lo scioglimento delle camere.

È importante dire quando sia cominciata la campagna elettorale, perché io, abituato al chiasso Italiano (che adoravo e nel quale, devo dire, sguazzavo e tuttora sguazzo come un paperotto) mi sono molto stupito dalla marginalità di questo evento nei riguardi della vita quotidiana. Le notizie sulla campagna elettorale vengono confinate nelle poche pagine di politica che si trovano in testa ai quotidiani (quelli “seri”, almeno) e la quasi totale assenza di “sparate” mi ha fatto sembrare questa campagna incredibilmente tranquilla e, diciamolo, noiosa.

Il sistema elettorale in vigore è un maggioritario secco: la camera bassa, l’unica che vota la fiducia al governo, conta 650 deputati (la camera alta non è elettiva ma a quanto pare nessuno è allarmato su come, per questo, la democrazia possa dunque essere in pericolo…). Il Regno Unito è quindi suddiviso in 650 circoscrizioni. Ogni circoscrizione elegge evidentemente un deputato. Chi ottiene anche solo un voto più degli altri, passa. No candidature multiple, no preferenze (c’e’ un solo candidato per partito), no ripescaggi. Plain and simple, come tutte le cose care a questo popolo. Noi diremmo: a prova di imbecille (mai sottovalutare gli imbecilli, anyway).

Volendo aprire una parentesi, è chiaro che un simile sistema pone un problema di rappresentanza: un partito mediamente presente in tutti i collegi, senza mai essere preponderante (come ad esempio i LibDem o i Verdi), risulterà sottorappresentato, mentre un partito forte localmente (sento una vocina che dice SNP) risulterà probabilmente sovrarappresentato, ma tant’è.

I principali partiti sulla griglia di partenza sono, da destra a sinistra:
– lo UKIP, partito indipendentista, guidato dal famoso (o famigerato) Nigel Farage. Parlano alla pancia, fanno presa soprattutto (per stessa loro ammissione) su fasce dell’elettorato anziane e poco acculturate. Pongono sul piatto le questioni legate all’Unione Europea e agli immigrati. In maniera semplicistica.

– i Conservatives, o Tories, guidati da David Cameron, attuale primo ministro. L’intento dichiarato sarebbe quallo di rappresentare una formazione di centro-destra moderna (nell’ultima legislatura hanno ad esempio legalizzato i matrimoni omosessuali) ma la presenza ingombrante dello UKIP che minaccia (e non solo) di drenare voti, e una fascia dell’elettorato in parte ancora tradizionalista pone questa transzione ancora in divenire. Durante l’ultima legislatura sono riusciti a risistemare tutti i numeri legati all’economia, ma la popolazione (la cosiddetta economia reale) ancora non ne sente i benefici. Inoltre, il fatto che lo UK abbia creato in questi 5 anni più posti di lavoro rispetto a tutto il resto dell’Europa combinato, ha fatto si che aumentasse moltissimo l’immigrazione interna (io ne so qualcosa), che Cameron aveva giurato di voler calmierare (fallendo miseramente).

– i Liberal Democrats, formazione progressista e liberale. (in Italia il solo accostare questi due aggettivi è un peccato paragonabile a bestemmiare la Madonna in Chiesa). Si propongono come utensile universale, buono per riequilibrare al centro ogni coalizione, e diciarano di poter dare un cuore alla destra o un cervello alla sinistra, implicitamente affermando, senza sbagliare, che i Tories sono senza cuore e Miliband senza cervello. Avevano ottenuto un grosso successo alle scorse elezioni ed hanno formato il primo governo di coalizione della storia recente del Regno Unito assieme ai Tories. Sono stati praticamente a pecora per 5 anni, non riuscendo assolutamente a bilanciare al centro la spinta dei Conservatives, e per questo hanno perso molti voti. Emblematico il fatto che Nick Clegg, il loro leader, si fosse impegnato a non alzare le rette universitarie e che queste siano state, durante l’ultima legislatura, più che raddoppiate. Il sogno di Clegg è quello di essere determinanti pur con una rappresentanza esigua, a mo’ di Pierferdinando Casini. L’incubo è l’irrilevanza.

– il Labour, guidato(?) da Ed Miliband. Anche qui, come nel caso dei Tories, il tentativo di svolta rispetto a posizioni che potremmo definire da “vecchia sinistra” è evidente. L’immigrazione, ad esempio, non è più un argomento tabu’. Pesano gli strascichi della penultima legislatura, alla fine della quale il ministro dell’economia Laburista lasciò un irriverente (e lievemente irresponsabile) “pizzino” al successore dichiarando pressocchè: “non c’è più un soldo. auguri!” e la dubbia statura politica di Ed Miliband, ritenuto dai più la vera liability del partito, che invece sembra avere una buona ed equilibrata piattaforma programmatica.

– il Plaid Cymru, guidato da Leanne Wood, partito indipendentista gallese, forte localmente solo in Galles (e per questo importante) ma senza grosse velleità a livello nazionale.

– il Green Party (i Verdi, diremmo in Italia), guidato da Natalie Bennett, che soffrono la stessa problematica dei LibDem. Presenti in tutto il territorio ma quasi mai determinanti, pur se più forti di 5 anni fa.

– lo SNP, partito indipendentista scozzese, guidato da Nicola Sturgeon. Nonostante la (o a causa della) sconfitta al Referendum Indipendentista dello scorso anno, lo SNP sta aumentando il suo consenso in Scozia, e sta erodendo, da sinistra, il Labour, così come lo UKIP erode, da destra, i Tories.

Gli elettori non scelgono il primo ministro. Il partito che ottiene più seggi ha il dovere di tentare di trovare una maggioranza parlamentare e sottoporre un Governo alla fiducia della Camera. Il leader di suddetto partito diventa automaticamente il candidato Primo Ministro.

Per formare il governo non basta ottenere la maggioranza relativa, ma quella assoluta: quindi 326 voti (ma potrebbero essere qualcuno in meno, se qualche deputato dovesse astenersi) per passare il voto di fiducia alla Camera. Alle ultime elezioni del 2010, per esempio, i Tories ottennero 306 seggi: più di tutti gli altri partiti ma non abbastanza per passare il voto di fiducia. Questa circostanza, che nel gergo della politica britannica viene definita hung parliament, “parlamento appeso”, ha portato alla coalizione di governo con i LibDem.

Gli unici leader che possono ambire al ruolo di Primo Ministro sono, di fatto, Cameron e Miliband, i cui partiti sono dati entrambi attorno al 35%, in un incertissimo testa a testa.

Questa volta la situazione è però ancora più ingarbugliata di 5 anni fa: se i sondaggi saranno confermati, ai Tories potrebbe non bastare allearsi con i LibDem per arrivare alla maggioranza assoluta: potrebbe essere necessario mettere insieme anche i deputati dell’UKIP e quelli unionisti dell’Irlanda del Nord. Ma sarebbe un dramma sul triste modello de “L’Unione“: ad esempio, LibDem e UKIP sono rispettivamente il partito più europeista e il meno europeista della politica britannica.
Il Labour avrebbe teoricamente una strada più semplice: allearsi con lo SNP, che pero’ pretende un nuovo Referendum Indipendentista. Per questo motivo (e perche’ in Scozia lo SNP sta letteralmente mangiando il consenso ai laburisti) Miliband,  ha giurato e rigiurato che piuttosto di allearsi con lo SNP, rinuncerebbe a fare il Governo. Si è di fatto sparato in un piede, ma ne è uscito come colui che antepone gli ideali ai biechi interessi personali. Chissà che non venga premiato (e vedremo se la non alleanza Labour-SNP avrà la stessa solidità della promessa sulle rette universitarie).

Cameron e Miliband hanno accuratamente evitato, durante i dibattiti politici (dai quali l’Italia dovrebbe imparare: pubblico e giornalista hanno letteralemnte massacrato gli intervistati), di rispondere a chi chiedeva di scenari in caso di hung parliament, per cui, onestamente, io (e con me tantissimi altri) non so assolutamente prevedere cosa potrà succedere di qui a qualche giorno, né sul piano del risultato elettorale, né sul piano delle mosse successive.

Forse per la prima volta nel Regno Unito, paese che ha quasi sempre portato alta la bandiera della stabilità politica, regna una assoluta incertezza. L’unica certezza è che nessuno avrò una maggiornaza per potere governare da solo.
Staremo a vedere.

La felicità per £4.95

 Sole. Calma. Cornetto appena fatto ripieno di Nutella. Il sentire che gli amici speciali, nonostante distanze di tempo e spazio rispondono un “sempre” rassicurante. La tranquillità di un meraviglioso mall nelle prime ore del mattino di un giorno infrasettimanale. Ovviamente i gatti e il mio principe azzurro e complice di tutte le mie avventure. Possibilmente un Mac con una batteria funzionante. Poter decidere di sbattere la testa e dare corpo e anima per qualcosa che decido io. Dicono “if you don’t build your dreams, someone will hire you to help build theirs”. Ecco.

È bello avere delle epifanie ogni tanto. Adesso ci vuole un piano. Mumble mumble…

L’ENNESIMO LIBRO / Italian Ways

Doverosa quanto non richiesta premessa

Siccome sono un ingegnerino, mi sono messo in testa di smettere di leggere libri piu’ o meno a caz caso e di creare, invece, un ciclo di letture che abbiano un comune fil rouge.

Il tema che dovrebbe accomunare questi libri mi ha sempre incuriosito, e posso pure dire di essere io ora parte di questo tema: la commistione tra Italia ed Inghilterra. In altre parole, Inglesi che parlano dell’Italia o degli Italiani, Italiani che parlano dell’Inghilterra, degli Inglesi o dell’Inglese, Italiani che vivono in Inghilterra e Inglesi che vivono in Italia, diversita’ negli usi e nei costumi tra queste due popolazioni, quella che mi ha visto nascere e che mi ha cresciuto (grazie!) e quella che, suo malgrado, mi ha adottato (grazie anche a loro).

Ho gia’ quattro – cinque libri nel mio paniere, e mi piacerebbe scrivere qualche riga su ognuno di essi, una volta terminato dei leggerlo.

In fondo, la britalianita’ (che termine vergognoso!) e’ anche il tema di questo blog.

– – –

Italian-Ways--500x760ITALIAN WAYS – di Tim Parks

Tim Parks, dopo avere sposato un’italiana, si e’ trasferito nel Belpaese, a Verona, agli inizi degli anni ’80.
Ha imparato, da allora, ad osservare e quindi ad amare lo Stivale, anche nelle sue tante, piccole e grandi, idiosincrasie.

Il compito di questo libro e’ raccontare le sue tante esperienze sui binari delle Ferrovie che collegano in lungo e in largo la penisola Italica: the Italian railways, dunque, che diventano un ottimo pretesto e modo per raccontare invece the Italian ways, ovvero i modi d’essere, di vivere, che si incontrano in Italia.

Il suo occhio benevolo e divertito ci racconta dunque delle tante stranezze e curiosita’ che si possono incontrare sui treni, nelle stazioni, sulle banchine.

Mi scopro a ridere nervosamente leggendo dei messaggi preregistrati di Trenitalia, delle obliteratrici, dei supplementi Intercity, delle persone sulle scale mobili della Stazione di Milano Centrale. Tim Parks sa vedere, descrivere e scardinare tante piccole italian ways che, a me che le ho vissute, portano alla luce ricordi vividi, simpatici, divertiti.
Scuoto la testa, sorridendo, quando leggo di treni fantasma, di aria condizionata in inverno e non in estate, di controllori impettiti, di timetables aleatorie, ma mai riesco a prendermela con l’autore, perche’ tutto, oltre che squisitamente vero, e’ descritto in modo lieve, bonario, partecipato, da chi si sente oramai parte del sistema che sta osservando. A conferma di cio’, gli aneddoti sono inframezzati da appassionate pagine sulla storia dell’Italia e delle sue Ferrovie, e da ammirate descrizioni di paesi, citta’ e panorami. Grazie a questo libro, inoltre, l’autore ha imparato, dapprima timoroso, a conoscere ed amare l’Italia del Sud.

Chiunque ami o voglia conoscere l’Italia, nelle sue bellezze e nelle sue pazzie, chiunque ami l’odore dei binari e il viaggiare in treno, non puo’ non leggere questo libro.
Sara’ come percorrere in treno tutta la penisola, in un viaggio che portera’ meraviglia, relax, e qualche sana incazzatura che chi conosce Trenitalia ha imparato a sopportare.

(Riflettendo tra me e me scopro poi, infine, l‘acqua calda, o, in other words, che questa mia reading adventure mi fara’ scoprire autori a me sconosciuti. Persone che, come Tim Parks, magari sono conosciute oltremanica ma poco note nello Stivale, e questo e’ sempre un bell’arricchimento. Ad esempio, questo signore a me fino a pochi mesi fa sconosciuto insegna “traduzione letteraria” presso l’Universita’ IULM a Milano ed e’ stato traduttore di romanzi dall’Italiano all’Inglese per autori come Moravia, Calvino e Tabucchi. Proprio un coglione non e’, per dire.)

WORST. XMAS. EVER. / 4

Siamo lì. Fermi. Disillusi. Bloccati. Incazzati. Increduli.
Un po’ disperati.

Oramai sono 12 ore che siamo in qual cazzo di aeroporto. Sappiamo che non torneremo in Italia né per la Vigilia, né per Natale (tutto fermo, a Natale. Partono solo i voli di emergenza e quelli dei ricconi paraculi). Abbiamo solamente voglia di tornare in Clayponds Lane, quella strana strada tagliata in due da un punte, con cui un tassista imbecille faticava a destreggiarsi. Vorremmo metterci lì e spatozzare alla morte i nostri gatti, anche quel santo che stamattina, distruggendoci il televisore, di fatto ci comunicava che avremmo fatto meglio a starcene buoni buoni. Abbiamo voglia di calma, di quiete. Abbiamo voglia di buttarci a letto,

Non possiamo farlo.

Dobbiamo prima riprendere i nostri bagagli. E non abbiamo la minima idea di come fare.

BAGGAGE CLAIM. PRIMO TENTATIVO.
Un po’ di chinese whispering, un po’ di pissi pissi bao bao, e impariamo che in uno dei due enormi saloni del baggage claim verranno pian piano fatti uscire tutti i bagagli. Ora, voi, immaginatevi. Circa trenta voli. Trenta voli per un centinaio di bagagli a volo, mischiati e non suddivisi per volo, TUTTI sui nastri trasportatori. Quegli stessi nastri di fronte ai quali, solitamente, i passeggeri di un solo, unico, volo pure non riescono a stare tutti e finiscono per darsi gomitate e farsi sgambetti.

Ecco.

Metteteci i passeggeri di trenta voli, di fronte al nastro.

Non può funzionare, vero?

Infatti, non funziona.

Nel frattempo, un tizio chiede a uno del personale dell’aeroporto come sia possibile che il personale EasyJet sia scappato e abbia lasciato tutti nella merda. Come sia possibile che non si vergognino. L’altro ride e risponde: “evidentemente non li conosci“.

Nel frattempo noi, grazie a un dongle USB e agli ultimi afflati vitali della batteria del nostro portatile, riusciamo a prenotare un volo British Airways da Heathrow a Bologna per il 26. Per pagarlo dobbiamo donare un rene.

A testa.

BAGGAGE CLAIM. SECONDO TENTATIVO.
Sempre nel salone del baggage claim, provano a dividere i bagagli e portarli a mano, per terra, suddivisi per volo. L’idea sembra migliore della precedente, ma il salone è comunque troppo piccolo per contenere tutte le valigie, figuriamoci anche i passeggeri. Nessuno trova niente. Tutti urlano. Si sparge la voce incontrollata. che i bagagli verranno portati fuori. Uno dei due va fuori, per poi scoprire che da fuori non si può più tornar dentro. Solo uno dei nostri cellulari funziona, quindi non possiamo chiamarci. Ci siamo persi. Non riusciamo più a trovarci. In quella calca sembra anche solo impossibile vederci. Ho una gran voglia di piangere.

BAGGAGE CLAIM. TERZO TENTATIVO.
Avendo realizzato che il salone è troppo piccolo, l’idea ora è quella di utilizzare lo spiazzo antistante l’aeroporto. Tutti i bagagli (TUTTI) vengono portati fuori. Tutti i passeggeri (TUTTI) vengono incanalati e transennati in una coda di centinaia di metri. L’idea è quella di chiamare un volo per volta, ma i passeggeri, tutti stipati in questa maledetta coda transennata, sono distribuiti uniformemente e non suddivisi per volo, per cui dovrebbero scavalcare tutti gli altri per ritirare il proprio bagaglio. La gente si scalda e urla in faccia a i poliziotti che reagiscono come nei film, con ruvida fermezza. Per fortuna non si fa male nessuno. È chiaro, tuttavia, che questa è l’ennesima soluzione che non funziona. Nel frattempo la consorte si fa prestare un cellulare da una signora rumena e mi chiama. Riusciamo, con un po’ di fatica, a ritrovarci.

MEANWHILE.
L’aeroporto viene riaperto da alcuni volontari che con noi han deciso di saltare il loro cenone della Vigilia per permetterci di attendere al coperto. Tra i volontari, anche uno steward della compagnia arancione, l’unico che ha avuto le palle di non scappare. Dispensa consigli e aiuti su come far rimborsare il volo, e si prende insulti.

BAGGAGE CLAIM. ENNESIMO TENTATIVO.
Finalmente, la quadratura del cerchio. Le valigie verranno portate fuori, volo per volo, e tramite l’interfono si chiameranno solamente i passeggeri di quel volo, per ritirarle.

A proposito di interfono, abbiamo poi imparato perché la EasyJet non lo utilizzava, in mattinata, per le proprie comunicazioni: non paga abbastanza.

Un solo bar è aperto. La coda è di svariate decine di metri. Attendo 45 minuti per una bottiglietta d’acqua e due panini, che sono comunque manna mandata dal cielo. Ora che l’aeroporto è aperto e che noi profughi di fatto ne siamo gli unici abitanti, riusciamo a raggiungere le postazioni per la ricarica dei cellulari. Riusciamo finalmente a telefonare per confermare quello che i nostri parenti in Italia avevano già capito.

Di una trentina di voli, quello per Bologna è il penultimo ad essere chiamato per il ritiro bagagli. Riusciamo a riottenere le nostre valigie attorno alle 3 di notte. Non c’è nessun mezzo che ci possa portare a casa, se non i taxi a tariffa doppia: è Natale. Il rene restante viene investito nel costo del taxi. Quando il Signore vuole, riusciamo a rientrare — dopo una lunghissima e silente ora di viaggio — nel nostro appartamento.

I micioni ci salutano. Un “mao” perplesso, forse sollevato, ma dimesso.

Crolliamo esausti dopo più di 24 ore che siamo in piedi, la maggioranza delle quali passate a bestemmiare in un aeroporto.

Il giorno dopo passeremo il Natale da soli coi nostri bolsi e pur tuttavia amati felini. Il frigo, svuotato prima di partire, sarà desolatamente vuoto, e dovremo appellarci ad un negozio off licence di un indù, l’unico aperto il 25 dicembre, per trovare qualcosa da mettere sotto i denti. Non avremo neanche la possibilità di guardare la TV, perché scopriremo che lo schermo piatto, seppur esternamente intatto, si è rovinato all’interno e non riesce più a trasmettere nulla di intelligibile. Telefoneremo ai nostri parenti durante il loro pranzo conviviale, e passeremo il Natale più triste della nostra vita.

the end.

PS: il rimborso l’abbiamo avuto. Il solo volo. Il taxi no. Quella di tornare in taxi, e cito, è stata “una nostra scelta”. In effetti avremmo potuto anche decidere di farci 50 miglia a piedi. Bella lì.

PPS: ah, dimenticavo: Buon Natale.🙂

WORST. XMAS. EVER. / 3

Ore 12:31
Incominciamo a muoverci lentamente, nella calca, piano piano, trascinando le nostre valigie che ci avevano fatto da cuscino, da sostegno e da poltrona. Lentamente usciamo verso il piazzale degli ascensori esterni. La calca e’ incredibile. Hanno chiamato un sacco di voli assieme e — letteralmente — centinaia e centinaia di persone stanno tutte cercando di muoversi nello stesso momento, tutte in affanno per riuscire ad arrivare a casa per Natale. La file per gli ascensori esterni, che ci porteranno a prendere il trenino per raggiungere l’altro terminal, e’ lenta ed enorme. Di tre ascensori, uno sembra anche rotto. Un sacco di gente (prevalentemente italiani, sigh) cambia continuamente fila per cercare di arrivare piu’ velocemente. Qualcuno si introduce a meta’ fila. Nessuno ha le energie per protestare. Nel frattempo, in lontananza, sentiamo l’interfono che ci avverte di mettere nel bagalio a mano gli articoli acquistati al duty-free.

Ore 12:45
Scendiamo per prendere il trenino. Anche in questo caso l’afflusso e’ pazzesco e la calca e’ enorme. Arriviamo all’altro terminal e la situazione e’, come direbbe l’attuale Commissario Tecnico della Nazionale di Calcio, “agghiacciande“. Migliaia di persone, come noi giunte dall’altro terminal, si sovrappongono alle persone che erano gia’ presenti. Per riuscire ad arrivare al banco check-in, alla velocita’ della luce perche’ gli inservienti ci fanno fretta, dicendoci che il volo e’ gia’ pronto e che bisogna partire il prima possibile, scalciamo, calpestiamo, urtiamo, superiamo. Battiamo il record del mondo di check-in, corriamo verso i gate e….

ore 13:30
Non c’e’ traccia, nei tabelloni, del nostro volo.
Cazzo, e’ gia’ andato.
Non ci ha aspettato.
Manno’, dai, impossibile, abbiamo fatto tutto velocemente.
Finalmente troviamo, in mezzo alle luci smarmellate dei negozi duty-free, un inserviente solitario: ci spiega che per il nostro volo, come tutti i voli dell’altro terminal, dobbiamo andare al gate 19C e la’ un pullmino ci riportera’ al terminal da cui partire.
Scrivere anywhere questa info, o comunicarcela all’atto del check-in, pareva brutto?

ore 14.15
Arriviamo alle porte dei gate del “nostro” terminal.
C’e’ qualcosa che non va.
Un mucchio di gente ancora li’. I voli che sono stati chiamati prima del nostro, nella mattina, non sono ancora partiti, a parte una manciata. Il volo per Mosca e’ ancora li’ che aspetta, come quasi tutti gli altri. Come quello per Edimburgo.
Incominciamo ad allarmarci.
Con questo ritmo non partiremo mai.
Perche’ ci mettono tanto?
I genitori chiamano, allarmati anche loro.
(siamo tutti allarmati)
Abbiamo detto che richiamiamo noi appena abbiamo notizie certe!
L’autonomia della batteria dei telefoni, inesorabilmente, decresce.

ore 15.15
I voli son tutti li’, ancora.
Sui tabelloni appaiono e scompaiono le ore previste per le aprture dei gates.
Quelle che non scompaiono, vengono disattese.
Un bellimbusto dal quoziente intellettivo a due cifre cerca di fare un gancio ad una ragazza, evidentemente disinteressata. Devastato dall’uso contemporaneo di due neuroni per mettere insieme una catch-phrase, si accascia poi addormentato al suolo, proprio davanti al tabellone dei voli, si’ che nessuno possa avvicinarvisi.

ore 16.00
Sul tabellone, un volo per la Svizzera cambia improvvisamente status: “rivolgersi agli uffici aeroportuali per avere maggiori informazioni“. Che cazzo vuol dire? Non potete metterle sui tabelloni, le “maggiori informazioni“? I cellulari dei passeggeri di quel volo squillano. Nei messaggi, almeno, hanno il coraggio di dire che, ahime’, dispiace molto, ma il volo e’ stato cancellato.
Scene di disperazione. Pianto. La gente realizza che l’esile filo di speranza che li aveva sorretti fino a quel punto si e’ spezzato.
Il nostro volo, per fortuna, e’ ancora li’.

ore 16:19
Su un altro volo appare la dicitura: “rivolgersi agli uffici aeroportuali per avere maggiori informazioni”. Oramai sappiamo cosa vuol dire.
E due.
Sara’ evidentemente una gara ad eliminazione.

ore 16:37
E tre.

ore 16:58
E quattro.

ore 17:46
Sono restati pochi voli, una manciata, tra cui il nostro.
Nel frattempo abbiamo il piacere di conoscere qualche compagno di sventura. Ragazzi che come noi (ingenui) avevano pensato di tornare per passare il giorno della Vigilia con i propri cari. Ci si sprona a vicenda, ci si sostiene. Si cerca di razionalizzare, con ipotesi più o meno ballerine. Ci si aggrappa alla flebile speranza data dal fatto che il nostro volo sia ancora lì, superstite fra i pochi superstiti.
Il cenone della Vigilia, comunque, ce lo siamo dimenticati. Anche se ci imbarcassimo sull’aereo ora, non sarebbe fattibile (e non staro’ ora a rimarcare come il suddetto cenone sia per me IL rito dell’anno, e i ricordi che ho legati a questo momento).

ore 17.53
Voci incontrollate incominciano a diffondersi. Pare che tutti voli della EasyJet saranno cancellati. I nostro voli, tuttavia, sono ancora sul tabellone ad aspettare un aggiornamento di status. Decidiamo, coi nostri amici, di andare a vedere ai gates. Arriviamo e vediamo i passeggeri del volo per Napoli. Sono li’, al gate, dalla mattina. Il loro volo era stato chiamato prima del nostro ed il loro gate e’ uno dei pochi aperti. Non si vede nessuno con la divisa dell’EasyJet. Poco dopo di noi entrano dei poliziotti in divisa antisommossa (col mitra in mano, per intenderci). Uno di loro ha l’ingrato compito di annunciare che il volo per Partenope e’ stato cancellato. Si alza un boato, assordante. Urla, strepiti, pianti. Spintoni. Gente che telefona in lacrime. Masanielli che salgono su un predellino per organizzare la rivolta. Gente che, con le vene del collo gonfie come fascine e la faccia rubizza chiede spiegazioni. La polizia non sa nulla oltre a quello che gli e’ stato comunicato. SI cercano dipendenti dell’EasyJet (per una esecuzione sommaria, immagino). Non c’e’ nessuno. Non c’e’ piu’ nessuno. Presto capiamo che in tutti i gate EasyJet la scena e’ la stessa. La marea di gente, e noi tra loro, corre verso gli uffici informazioni per avere notizie dei voli. Notizie certe, se possibile. La calca e’ impressionante. I desk sono letteralmente presi d’assalto. Velocemente capiamo che le notizie incontrollate che stavano girando erano veritiere. Tutti i voli EasyJet sono stati cancellati. Senza un apparente motivo. Senza una spiegazione. Tutto il personale EasyJet e’ letteralemnte fuggito dall’aeroporto. Non c’e’ nessuno a cui rivolgersi, con cui protestare, con cui incazzarsi. Il personale dell’aeroporto e la polizia sono stati lasciati a gestire una situazione che non hanno creato e che sta rapidamente diventando piu’ grande di loro. Gli aerei delle altre compagnie sono partiti o stanno partendo, seppur con forte ritardo. Gli aerei della EasyJet, no. Dopo averci preso in giro (ricordate l’omino della standing ovation?) se ne sono sbattuti allegramente, non mettendoci neanche la faccia per venire a dirci “scusate. Abbiamo fatto un casino”. Altro che “nessuno andra’ a dormire stasera senza aver fatto tutto il possibile”.
Sono scappati lasciando un merdaio allucinante.

Ancora non ho capito come mai non siano riusciti a far partire neanche i voli dela mattina. Mi piacerebbe che prima o poi qualcuno me lo spiegasse. Piu’ tardi abbiamo imparato che alcuni voli sono stati addirittura fatti imbarcare, per poi essere cancellati. I passeggeri di alcuni voli hanno saputo della cancellazione sull’aereo, altri mentre erano sul pullmino che li avrebbe portati all’imbarco. Un volo ha fatto due volte il percorso dal gate all’aereo, aventi indietro avanti indietro, prima di essere definitivamente cancellato.

Insomma, un casino organizzativo inenarrabile ed avvilente.

Con il volo sono stati cancellati anche i nostri sogni, che cullavamo da mesi. Un ritorno all’intimita’ delle nostre famiglie, tutti assieme, felici, per festeggiare assieme. Niente di tutto questo. Potranno dirci — come infatti faranno — che queste cancellazioni sono state dovute ad impreviste ed imprevedibili condizioni meteorologiche, ma noi sappiamo che, da quando siamo arrivati, in mattinata, il cielo non ha mostrato altro che sole. Noi sappiamo che i voli delle altre compagnie sono partiti, seppur, comprensibilmente, con molto ritardo. Sappiamo che in mattinata ci e’ stato detto di non cercare soluzioni alternative, di non lasciare l’aeroporto. Sappiamo che da un momento all’altro tutto il personale EasyJet e’ letteralmente scappato, non lasciandosi neppure il tempo per aggiornare lo status degli ultimi voli, sul tabellone. Il nostro volo ha ancora la dicitura “gate opening soon“.

Avrebbero potuto stimare le risorse dell’aeroporto. Se erano limitate e solo un certo numero di voli sarebbe potuto partire, avrebbero dovuto cancellare immediatamente tutti gli altri, e lasciar protestare e defluire poi la gente.

Avrebbero dovuto stimare le loro risorse di aerei e di personale, i signori della EasyJet. Anche in questo caso, se solo un certo numero di voli si sarebbe potuto gestire, avrebbero dovuto deciderlo subito e trarne le conseguenze.

Invece no. Hanno voluto cercare di tirare la corda, di tenere tutti li’, di non cancellare nessun volo per non essere costretti a rimborsare, col tragico risultato di non fare partire NESSUNO.

Hanno preso in giro migliaia di persone.

ore 18.37
L’autonomia dei cellulari e’ terminata. Anche la nostra, a dire la verita’. Qualcuno e’ riuscito, prima che il cellulare esalasse l’ultimo metaforico respiro, ad avvertire i genitori. Qualcuno no. Il sito dell’Aeroporto di Bologna registrera’ la cancellazione del volo solo qualche ora dopo, quindi dall’Italia la speranza resta , anche se appesa al classico filo. Non sanno che invece, qua, e’ tutto finito.

Non possiamo pero’ semplicemente andarcene dall’aeroporto e tornare mestamente a casa. Hanno ancora i nostri bagagli. E non solo i nostri. Per tutti i voli cancellati il check-in e’ comunque stato fatto. Ci sono migliaia di valigie che devono tornare ai rispettivi proprietari, e nessun personale EasyJet a gestire la situazione. E’ la Vigilia di Natale, e l’aeroporto chiudera’ presto. Resteranno a cercare di gestire il tutto i poliziotti e qualche volontario tra il personale di Gatwick.

Non so se sapete: a Natale, a Londra, non si muove nulla. Nessun trasporto pubblico e’ attivato. Ci sono solo pochi taxi che viaggiano, ca va sans dire, a tariffa doppia.
Speriamo solo di poter riavere i nostri bagagli rapidamente e di tornare a casa prima di mezzanotte.

Ingenui…

(continua)